L’Autorità Portuale non ha alcuna intenzione di espellere dal porto i riparatori navali, semmai intende mantenere e qualificare le attività di riparazione che sono necessarie. Necessarie per il porto e non per questa o quella impresa. Per quanto riguarda i bacini proviamo a fare un po’ di chiarezza rispetto alle notizie di stampa ed alle proteste di questi giorni.
1. Per il grande bacino in muratura, viste le lavorazioni che vi si svolgono e che sono incompatibili con la nuova destinazione d’uso di quelle aree, proponiamo, nel Piano Operativo Triennale, che sia riconvertito a darsena per lavorazioni compatibili con le nuove destinazioni d’uso.
2. Il grande bacino galleggiante (lungo 180 metri) resta collocato dove era previsto dal progetto e cioè sulla sponda lato mare della struttura del bacino in muratura.
3. Il bacino galleggiante piccolo, di proprietà dell’impresa Salvadori (lungo 96 metri) viene collocato nello specchio acqueo antistante l’officina Salvadori, rinnovata di recente (Darsena Calafati)
Alcune precisazioni sui tre bacini si rendono necessarie:
a) Il bacino in muratura, per poter garantire le attività di riparazione navale (che abbiamo detto sono incompatibili con le nuove destinazioni d’uso delle aree) necessita di lavori di manutenzione per oltre 6 milioni di euro (12 miliardi delle vecchie lire). Sarebbe davvero miope e colpevole intervenire con soldi pubblici se poi lo stesso bacino deve essere riconvertito. Ovviamente, ma questo lo ricordano tutti i livornesi, la scelta della riconversione non è una scelta dell’Autorità Portuale, ma dell’intera città, dato che con la chiusura del Cantiere navale si è sostituita quella attività con quella del Cantiere Azimut e del porto turistico.
b) La collocazione del bacino dell’Impresa Salvadori non è una scelta di ieri ma risale ad una decisione del Comitato Portuale in data 18/9/2000
c) Per quanto riguarda il grande bacino galleggiante la collocazione scelta deriva dal progetto approvato ed è comunque correlato alla tipologia del finanziamento (fondi pubblici e non dei riparatori navali privati) ed alla necessità di ormeggio ad una banchina con fondali di almeno 12 metri. Nelle proposte di Piano Operativo Triennale, che sono in discussione, l’Autorità Portuale indica la necessità di regolamentare le lavorazioni che vi si svolgeranno all’interno e che non dovranno essere in contrasto con le destinazioni d’uso delle aree. Tutto questo anche guardando alla tipologia delle imprese livornesi che operano in questo settore e che sono di tipo specialistico navalmeccanico piuttosto che di verniciatura o sabbiatura. Il POT indica anche la necessità di definire la gestione del Bacino attraverso una gara pubblica che prenda in esame, tra l’altro, i piani di impresa di coloro che si candidano e i volumi di lavoro che possono garantire.
Alcune precisazioni, invece, le meritano le affermazioni della Associazione dei Riparatori. Contrariamente a quanto richiedono non potevano essere invitati al Comitato Portuale, in quanto le riunioni non sono pubbliche e la composizione del Comitato stesso è definita dalla legge. Poco male, comunque, perché avranno la possibilità di discutere del POT , come tutte le altre associazioni, prima della definitiva approvazione del provvedimento. Resta del tutto evidente che se le imprese, che sono rappresentate in questa associazione, lo vorranno, potranno presentare proposte diverse che saranno valutate dal Comitato Portuale.
Ciò che però occorre sgombrare subito è la pretesa di voler far contare le proprie ragioni a danno di altri. L’Autorità Portuale, contrariamente alle imprese, non è portatrice di interessi particolari, bensì di quelli generali e spende i soldi pubblici guardando ad un ritorno in termini di occupazione e non di utili d’impresa.
Ciò vuol dire che gli imprenditori debbono fare la loro parte, avendo ben presente il rischio d’impresa e i capitali propri da investire. Per quanto riguarda l’Autorità Portuale il compito è e resta quello previsto dalla legge, cioè quello di creare le condizioni per lo sviluppo dei traffici portuali.
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